Tavola Gioconda Dialogo 1: Ascoltarsi è il fondamento

Buonasera rane e ranocchi. È da tanto tempo che voglio prendermi il tempo per fare del contenuto divulgativo. Ho deciso, insieme a @LordPersi, di far partire una serie di dialoghi e workshop online per parlare dei fondamenti del giocare di ruolo insieme, senza concentrarci su definizioni e termini tecnici ma entrando comunque nei dettagli di ciascun tema, usando un linguaggio il più semplice possibile. Ho deciso di chiamare questo progetto Tavola Gioconda (ringrazio Gregorio V. per il nome).

Ci troviamo il 12 Febbraio alle 21:00 sul server Discord della Locanda, canale “Palco”, per registrare il primo episodio. Il pubblico in diretta potrà interagire e fare domande. La registrazione sarà condivisa dopo.

Tavola Gioconda, Dialogo 1: Ascoltarsi è il fondamento

In questo episodio Io e Alessio parleremo di quello che pensiamo sia il tessuto fondamentale del giocare di ruolo: ascoltarsi in maniera attenta, attiva, e integrare ciò che abbiamo ascoltato per dargli il maggior impatto possibile.

Si unisce a noi come ospite Greta, per contribuire con le sue esperienze e partecipare al dialogo.

Spero di vedervi in diretta o leggere i vostri commenti.

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Ecco l’episodio registrato ed editato. I commenti in questo thread sono i benvenuti.

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Trascrizione automatica (Parte 1)

Trascrizione

Froggy

Bene, grazie a tutti. Wow, abbiamo un sacco di persone che sono venute ad ascoltarci. Grazie a tutti di essere venuti. Questo è un po’ un esperimento, una cosa che non sarà molto strutturata. E non ho delle cose da dire. Ho una piccola struttura, ma vorrei che fosse una specie di dialogo dove poi condividiamo le nostre esperienze.

Io semplicemente ho portato questo tema, che secondo me è particolarmente interessante. Questo incontro si chiama Tavola Gioconda. Grazie a Gregorio, che vedo che è nel pubblico, che ha provveduto il nome. Si tratta di un dialogo e oggi parliamo dell’ascolto nel gioco di ruolo. Però vorrei chiarire cosa intendo con ascoltarsi, perché sennò con ascoltarsi uno può dire ma io ascolto sempre, o sembra una specie di ci vogliamo bene tutti. Ascoltarsi in un senso abbastanza stretto. Lo intendo come quello che contraddistingue il gioco di ruolo come un medium di espressione separato. Non stiamo parlando di guardie ladre dove ci raccontiamo le storie da bambini. Non stiamo parlando del bravo master che ci racconta la storia. Non stiamo parlando dell’improvvisazione teatrale. Non stiamo parlando delle persone che si schiedono attorno al fuoco a dire le storie. Stiamo parlando di una cosa nuova, o almeno che non è nessuna di queste attività. Ed è una cosa che almeno a voi che siete venuti qua ad ascoltarmi, sicuramente alle persone che ho invitato a parlare, quindi a Greta e ad Alessio, l’ho vista fare.

Quindi con ascoltarsi intendo che per me è il tessuto di quello che significa giocare di ruolo. Poi è in un senso un po’ stretto, potremmo dire che alcune persone non lo fanno, o fanno delle cose diverse, va bene così, però per quello che faccio io e che ho visto fare ad Alessio e Greta e anche ad alcuni di voi che mi state guardando, questo è quello che fonda il gioco di ruolo. Ascoltarsi significa… Daniele l’aveva messa molto bene in chat l’altro giorno, che aveva detto che noi siamo quelli che stanno dicendo le frasette attorno al tavolo, e che quindi se non ci ascoltiamo e non diamo importanza a quello che diciamo, non significa niente, fondamentalmente.

Quindi non stiamo solamente tirando dei dadi, non ci stiamo semplicemente raccontando delle storie, non stiamo semplicemente contando dei numeri, e non stiamo semplicemente producendo qualcosa di consumabile dagli altri, ma stiamo effettivamente partecipando in qualche specie di esercizio creativo, o espressivo meglio dire che creativo. Che si basa sul fatto che ci diciamo delle cose e ciascuna cosa che noi diciamo è presa sul serio dagli altri partecipanti e gli danno importanza.

Questo è il mio statement iniziale, quindi parto subito e vorrei chiedere a Greta cosa ne pensa delle stronzate che ho detto.

Greta

Innanzitutto saluto e mi presento. Ciao, sono Greta, e gioco. Fine. La mia presentazione è finita qua.

Froggy

Sì, ma non c’è bisogno di giustificare la nostra presenza qui. Siamo tre giocatori.

Greta

Ok, perfetto. Ciao e non mi giustifico. Penso sia molto interessante quello che hai detto.

Io sono una persona estremamente fissata con le regole, e parlo proprio di regole scritte nel gioco, quello che la gente chiamerebbe sistema. Non parlo neanche delle regole del giocare, ma parlo proprio delle regole del gioco, e spesso mi dimentico che esiste il fattore umano nel GDR, che è quello che lo rende vero. Non so se faccio questa cosa perché per me è scontato, ma non ci ho mai riflettuto veramente. Ci ho riflettuto un po’ da quando in realtà hai iniziato a farmelo notare tu. Sì, perché…

Froggy

Ah, davvero? Perché a me sembra una cosa che a te viene naturale. Cioè, avendo giocato con te.

Greta

Mi viene naturale perché mi rilassa. Mi rilassa molto perché il dare importanza a quello che dicono gli altri mi permette di non avere tutta l’importanza io su di me. Il fatto di avere altre persone che costruiscono qualcosa con me con lo stesso grado di valenza e di verità, non si capisce, però quello che le persone dicono è altrettanto vero, è altrettanto importante di quello che dico io al tavolo.

Questa cosa per me è molto importante perché non sta a me creare la verità per tutti, non sta a me decidere cosa è vero e cosa no, ma a tutti. Mi piace molto questa cosa, credo che sia importantissima, credo che sia uno degli esempi. Tu hai detto di parlare in senso stretto, ma credo che sia una regola. Tu hai detto di attenersi al significato di ascoltare relativo al GDR, ma io credo che sia una pratica che ha un sacco di valore in generale, mi ha proprio insegnato ad ascoltare veramente gli altri.

Credo che però tante volte ascoltare significa anche chiedere. Magari soprattutto tante persone cercano di dire qualcosa ma non riescono a farlo subito e allora devi capire non solo come ascoltare, ma come chiedere per ascoltare, quali sono le domande giuste per permettere a una persona di sentirsi a suo agio nell’esprimersi, nel parlare e nel creare insieme a te. Questo secondo me è super legato.

Froggy

Ah, guarda, mi hai confermato. Hai detto tipo 3-4 cose con le quali sono d’accordissimo. Mi hai confermato la ragione per la quale ti ho invitato, che ho davvero azzeccato la persona. Hai detto così tante cose con le quali sono d’accordo che non sarò dover riprendere la conversazione, però… Vorrei partire da una cosa che hai detto, cioè che è il dare impatto, no? Questa cosa io l’ho sbloccata. o l’ho sbloccata tipo qualche settimana fa, è il giorno in cui ho deciso di fare questo podcast.

Stavo parlando con una ragazza che è utente di Adept Play e lei mi ha descritto questo fenomeno che, citando Cesare Chieri Cesare, l’idea di definire il GDR come medium l’ascolto è di Ron Edwards. Quindi noi parlavamo nel server di Ron Edwards di questi temi, e lei ha detto, ha usato questa espressione del dare impatto o del dare importanza, cioè ha detto letteralmente “give impact”, che poi io ho tradotto in italiano con “dare impatto”. Daniele ha detto “dare importanza”, e poi l’ho ritradotto in inglese e mi è venuto in mente “making it matter”, che vuol dire letteralmente “renderlo importante”.

Però fondamentalmente il concetto è che, perché ci sono tante attività umane, e hai ragionissima che in generale l’ascoltarsi è una cosa che è un esercizio che fa bene a tutto, io sono il primo che ho qualche problema con l’ascoltarsi nella vita normale, e il GDR in realtà mi aiuta a farlo in un contesto dove ci sono dei ruoli, e quindi so quando è il mio turno di dire le cose, però mi sono un attimo perso. Cos’è che stavo dicendo prima di questa piccola parentesi?

Ah, making it matter, esatto, cioè che la cosa che secondo me contraddistingue tantissimo quello che facciamo nel giocare di ruolo, almeno mi riferisco alle tre persone che stanno parlando adesso, però in generale possiamo dare un noi espanso, spero anche quelli che ci ascoltano, è che noi non prendiamo soltanto quello che ha detto l’altro a livello di superficie, e non lo usiamo in maniera strumentale perché vogliamo produrre qualcosa di interessante per un pubblico, come farebbe un gruppo di improv ad esempio, e non vogliamo neanche creare qualcosa di necessariamente interessante o scioccante o drammatico o funny o divertente per l’altro nel momento, ma semplicemente in quel momento stiamo convalidando quello che ha detto l’altro e gli stiamo dando importanza e verità.

Quello che dice Daniele nei commenti è giusto, dice di fatto lo spazio immaginato condiviso. Adesso Daniele usa le parolacce che avevamo promesso che non le usavamo, però è una questione di continua validazione e rivalidazione, cioè il mondo immaginario di gioco, e quindi penso che la cosa che contraddistingue questo ascolto è che quando un’altra persona sta dicendo qualcosa, non solo noi la stiamo considerando e ascoltiamo quello che dice, ma ci crediamo anche in un certo senso, forse è un’espressione un po’ metafisica. Alessio, tu cosa ne pensi di quello che ho detto? E se vuoi ti puoi presentare.

Alessio

Sono Alessio, molti conoscono perché bazzico in chat telegram, tra cui Ruling The Game, però mi definisco solo un giocatore, qui almeno. Allora, quello che volevo dire è, innanzitutto, che effettivamente anch’io non ho una risposta sull’ascolto, nel senso, recentemente ho capito che invece io non ascolto abbastanza al tavolo, quindi non ho moltissimo da insegnare.

Quello che però vorrei fare, effettivamente, è esprimere il fatto che noi cognitivamente sappiamo che l’ascolto è la base dell’attività che facciamo, ma almeno per me è la parte più difficile del giocare, ancora prima delle regole e del contratto sociale. Perché è una di quelle cose che effettivamente tu, razionalmente, nel momento in cui capisci come dici tu, è il tessuto di questa attività che facciamo, lo accetti, non hai problemi. Però nel momento in cui ti siedi al tavolo con un’altra persona e cominci a giocare, a un certo punto capisci che effettivamente poi o non stai davvero ascoltando, e a volte a me mi capita, o viceversa non hai capito fino in fondo, a livello di pratica di gioco, quindi il muscolo riflesso, quello che fai naturalmente come respirare, che cosa significa ascoltare.

Per me è molto più semplice fare un esempio. Ieri stavo giocando a Band of Blades, ho una campagna, e a un certo punto parte una delle missioni, è un Forge in the Dark, quindi missioni, gioco libero, tutto quello che sapete. A un certo punto, durante la missione, una delle giocatrici fa, vabbè manda avanti i cani, io faccio i cani, scusa. Sì, i cani, te l’avevo detto che spendevamo un approvvigionamento per portarli in missione, no? Cioè, cos’è successo in queste due frasi? Il fatto che effettivamente io credevo di ascoltare, ma non l’ho fatto, perché ero concentrato, no, a applicare le procedure, a creare un bang interessante, o comunque ricollegare il risultato dei dadi a una situazione iniziale di questa missione, e mi sono dimenticato di fare la cosa più importante, no, ascoltare.

E la sensazione è stata proprio di come hai un palco, non nel senso che intratteniamo qualcuno, ma nel senso uno stage, uno spazio in cui facciamo questa attività, che crolla sul suo stesso peso. Cioè smetti in quel momento di credere a quello che stai dicendo, e c’è questo effetto a catena in cui smetti di ascoltare, un’altra persona smette di ascoltare, ci sono fraintendimenti, e nel momento in cui nessuno si ascolta realmente al tavolo, vedi che poi questa cosa che noi chiamiamo spazio immaginato, ma che è semplicemente la conseguenza dell’ascolto, non il cuore dell’attività che facciamo, ma la conseguenza come il fumo, la conseguenza del fuoco, viene crollata tutto insieme.

Cioè io effettivamente non so verbalizzare cos’è l’ascolto, diciamo che sono più bravo a dire cosa succede quando non si ascolta, e questo è un esempio che ho portato giusto per far capire, ecco, quello che succede quando effettivamente non si ascolta. E quando qualcuno mi dice, no, il gioco di ruolo è lo spazio immaginato, e tutti questi discorsi similari, io dico, ok, se davvero questo è uno spazio immaginato fra le nostre teste, perché nel momento in cui io smetto di ascoltare tutto questo crolla? Cioè la pongo effettivamente come provocazione, riferito al punto che avete sollevato. Poi in realtà, ripeto, sono la persona meno brava ad ascoltare fra i tre. Tutto qua, no no, effettivamente, volevo portare solo un esempio pratico di gioco di quello che stavate dicendo.

Froggy

E per me è interessante perché se avessi … mi sono capitate situazioni del genere, e mi andrebbe da dire che ad esempio se avessi considerato l’equivalente dei tuoi cani e l’avessi integrato nei miei contributi al gioco avrei pensato prima a—stavi facendo il GM di Blades quindi controlli le reazioni dei PNG—come possono questi cani influenzare le reazioni dei PNG? Come posso rendere d’impatto il fatto che si siano portati questi cani dietro? Che influenza, in negativo, in positivo, anche in neutro, può avere portarsi dei cani dietro? Però, se non lo fai, allora quei cani che sono stati portati dietro non hanno importanza, sono diventati degli oggetti immateriali, degli oggetti di sfondo, non esistono più.

Una cosa che vorrei invitare a fare, e io mi sono accorto che da quando lo faccio tutte le mie partite diventano più, proprio, viralmente gioiose, viralmente piacevoli, di ascoltare attivamente proprio gli altri. Mi aveva detto Daniele, che io uso la parola listening, che in italiano si traduce con ascolto attivo, rispetto a hearing, che è sentire passivamente. Ascoltare attentamente quello che dicono gli altri e cercare di tirare fuori le cose che ah, questo io potrei renderlo d’impatto, no? Vabbè, questa è la mia idea almeno.

Greta, hai qualcos’altro da aggiungere, qualche altro spunto?

Greta

Io, allora, sicuramente ho sentito questa cosa del crollo di cui parla Alessio, e l’ho sentita soprattutto alle convention, non le convention, diciamo, tra giocatori rodati, ma convention tra giocatori che sono abituati ad avere un master che racconta loro una storia. Quindi, dove forse l’ascoltarsi viene vissuto in modo diverso. Non dico che dovrebbe essere così, ma dico che sono abituati a che le loro azioni non abbiano impatto.

Froggy

Sì, sì, perché è l’ascoltarsi più il dare impatto che crea il medium. Quindi se ascolti e basta e non dai impatto, stai solo a ricevere. Non è la stessa cosa. Scusa, ti faccio continuare.

Greta

No, tranquillo. Io l’ho vissuto più come posso io farmi capire meglio. Perché, a differenza di Alessio, a volte mi è capitato di non riuscire a tenere a mente, non riuscire a ricordare o non aver pensato abbastanza in anticipo a qualcosa che qualche giocatore ha detto e quindi non l’ho reintegrato, non gli ho dato impatto, non è stato un elemento di valore nella storia.

Più spesso mi è capitato io di dire qualcosa e mi aspettavo che qualcuno costruisse sopra. Costruirsi sopra vuol dire semplicemente riprendere quello che io ho detto e lo trasformano. E questo non è successo. E io mi chiedo sempre come posso io invece far capire alle persone che non sono abituate ad ascoltare, ad ascoltarsi, come posso io trasmettere questo modo, questo giocare. Penso che siano pratica ed entusiasmo.

E una cosa che mi ha aiutato tanto è l’invito che c’è in tantissimi giochi a piuttosto sì banale, piuttosto di qualcosa di cliché, in modo che tutti i giocatori al tavolo lo conoscano e possano manovrarlo, invece di andare per forza alla ricerca della particolarità, della png interessante, della situazione strana. Perché, e su questo io concordo abbastanza, è il gruppo, è l’ascoltarsi a vicenda che renderà qualcosa interessante. Se tu metti qualcosa di troppo complesso, troppo strano, magari la gente non lo tocca perché ha paura di rovinarlo o di non averlo capito a pieno. Almeno io ritengo questa cosa sincera e funzionale.

E poi una domanda. Io sono una grande fissata anche con il patto sociale, le dinamiche di sicurezza, eccetera, eccetera. E mi chiedo, ma quando quello che ascolto non mi piace, come funziona l’ascolto? Come funziona il sto ascoltando gli altri ma vorrei che dicessero anche qualcosa che piacesse a me? Bisogna ascoltare per democrazia, bisogna ascoltare per adesso facciamo qualcosa che piace a me e poi qualcosa che piace a te. Si va per compromessi, non so se mi spiego, però può capitare di dover reintegrare qualcosa che proprio ci fa schifo, ecco. O di dare impatto a qualcosa che io cerco di fare quasi sempre, però mi rendo conto che non è l’unico modo. E magari dire, ok, faccio l’esempio del prova in un altro modo. A volte mi capita di dire, prova in un altro modo è una frase che si usa per dire quello che stai dicendo non mi piace, prova in un altro modo a dirlo. E secondo me è molto invasivo, perché poi dipende dal gioco, ma lo vedo come molto invasivo perché annulla totalmente. Mentre prova in un altro modo, mi piace questo che hai detto, una delle cose che hai detto mi piace, ma tutto il resto magari possiamo cambiarlo o possiamo reinterpretarlo in modo che piaccia a tutti e due. E qua quando l’ascoltare entra nel gusto faccio tanta fatica a scegliere cosa applicare di volta in volta.

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Trascrizione automatica (parte 2)

Trascrizione

Froggy

Allora, un pochino è un tema che sta un po’ uscendo dal tema della conversazione, quindi qualcosina lo blocco perché sono cose di cui vorrei parlare in future sessioni, in futuri dialoghi. Detto questo, ti posso rispondere a una cosa che hai detto.

Non mi concentrerei sulla questione sicurezza, però quello che hai espresso tu è anche una questione di, come posso dire, senza dover parlare necessariamente di cose che ci mettono a disagio, in generale standard estetici su quello che le altre persone hanno detto.

Ora, per rispondere a una parte di quello che hai detto dovrei entrare nei nostri ruoli reciproci, che cosa ciascuno fa, che è una cosa che è fuori dall’argomento di oggi, però una cosa che ti posso dire, secondo me, che è essenziale è che ascoltare non significa che dobbiamo prendere tutto. Parte dell’ascoltare e parte del parlare agli altri è anche commentare.

Infatti, quello che ho scritto, ti leggo adesso la cosa che ho scritto riguardo a questa cosa nei principi della FroggyCon 2024. Ascoltarsi significa che non stiamo soltanto calcolando numeri e tirando dadi, ma che importa tutto quello che diciamo. Ok, questo l’abbiamo già detto.

Partecipiamo anche quando il nostro personaggio non è in scena, perché stiamo giocando insieme e ascoltiamo attentamente quello che gli altri contribuiscono. Possiamo anche commentare e dare suggerimenti. Qui, aggiungerei anche, possiamo anche commentare e dire che non ci piace, capito? E dire, a me non piace quello che hai fatto.

Poi, entrando nelle questioni delle responsabilità, io potrei dire, secondo me, quella persona comunque ha la responsabilità di quello che ha detto, quindi la decisione finale se quella cosa la vuole ritirare o meno è sua, però quella persona deve anche ascoltare te quando tu gli dici che non ti piace, giusto? Quindi, quello che però hai detto, tipo, se cominciamo a raggiungere un regime di contrattazione, quello per me è negativo. Cioè, vuol dire che non stiamo più ascoltando e reintegrando, ma stiamo scrivendo insieme. E a quel punto, secondo me, esce un po’ dall’ambito ludico quella cosa. Almeno a me tutte le volte che l’ho visto succedere mi ha abbattuto il gioco.

Però una cosa molto importante che sta dicendo Daniele è che noi stiamo attenti e ascoltiamo tutto quello che succede. Non solo quando i nostri personaggi sono in scena, ma anche nelle scene degli altri, anche quando i nostri personaggi non sono qua. E dobbiamo e possiamo commentare, cioè il table talk, le discussioni fuori, non extra diegetiche, scusate adesso uso i paroloni, le discussioni out of game, no, le discussioni fuori dal mondo di gioco, cioè i commenti tra persone normali, sono una parte naturale del gioco di ruolo.

Quindi è normale in un gruppo sano che noi continuiamo a esprimere questi feedback agli altri. E dunque nel momento che accade questa cosa gli altri possono anche regolarsi e creare insieme degli standard estetici che poi diventano condivisi. Quindi che diciamo delle cose che piacciono a noi ma che poi possono piacere a tutti.


Allora, una cosa di cui volevo parlare è una cosa che hai accennato tu, Greta, sulla quale sono molto d’accordo. Poi, se qualcuno vuole parlare, adesso scrivete in chat con tipo un’icona di una manina, perché io non riesco a seguire quello che scrivete. Quindi, se mi mettete una manina e poi con un sunto di quello che volete dire, poi vi chiamo. Però, una cosa che volevo estrarre da quello che hai detto tu, Greta, hai detto “non sto necessariamente cercando di fare l’intervento, il contributo interessante o il contributo complesso”. Io penso che questa è una trappola in cui cadono molte persone e sono d’accordissimo con tutto quello che hai detto riguardo a cercare di fare le cose il più semplice possibile.

Perché l’interessante, il complesso, lo sfaccettato non vengono dalla nostra abilità di portare una cosa che in questo momento fa fare “wow” all’altro, ma provengono dal fatto che tutti questi contributi si intersecano in questo processo che Daniele ha giustamente descritto di validazione e rivalidazione, creando un contenuto immaginato, sfaccettato, nel quale poi noi possiamo sviluppare delle emozioni molto più complesse del semplicemente “wow che bravo” o “che cosa interessante”. Possiamo sviluppare la catarsi, la gioia, l’odio, tutte queste emozioni complesse che richiedono un giudizio che magari va un pochino più sul lungo termine.

E volevo portare come esempio la sessione che è stata fatta a capodanno di Inquest, dove ha partecipato anche Alessio. C’era Alessio, Benedetta e Daniele che è qua e ha iniziato ad ascoltarsi. Senza andare troppo nel dettaglio, era ambientata in una scuola superiore italiana e ce n’erano di mezzo dei fatti anche abbastanza, non voglio dire lugubri, però seri, specialmente riguardo la diffusione di materiale tipo revenge porn e la misoginia dei professori, eccetera. Però, in certi momenti noi l’abbiamo presa quasi in maniera comica, non era una comicità del tipo che lo prendevamo sul ridere, però delle cose ci facevano ridere, forse in maniera quasi catartica, perché ciascuno di noi quando stava contribuendo le cose nella sessione ha portato delle cose che poi nel momento erano delle reazioni molto semplici, però in realtà ha portato, ha inserito dentro, magari senza neanche pensarci, delle sue esperienze personali di scuola.

Dunque, poi quello che ne è uscito fuori è una specie di commento sfaccettato e satirico sulla scuola italiana e, come dice Daniele, una situazione magari anche grottesca. Come vedete sto descrivendo delle emozioni molto complesse e io non penso che l’avremmo potuto fare semplicemente con quello che si mette lì e fa la battutina sul “ha-ha” e il prof misogino, no? È una cosa complessa che si è costruita perché stavamo comunicandoci, stavamo esprimendo in questa maniera di mutuo ascolto e stavamo ciascuno dando impatto a quello che dicevano gli altri e si è creata questa specie di visione sfaccettata sulla scuola italiana che, tra l’altro, non c’era nel materiale preparato, perché il materiale preparato era ispirato da una serie tv che è ambientata in una scuola americana.

Quindi non so, questo può essere un esempio. Magari, Daniele, se vuoi venire a parlare del tuo punto di vista a tocchetti in quella sessione lì, se ti va di venire a parlare?

Daniele

No, va bene, è che di solito non mi muto, per cui non devo smutarmi. No, ci stavo proprio ragionando e in particolare, al di là di quella sessione di cui hai già parlato tu, mi è venuto in mente anche un’altra volta dove mi era successa questa cosa, forse ancora più iconica. Sarà per questo che mi è venuto in mente, perché mi era successo l’ultima volta che ho giocato la mia vita col padrone, dove ovviamente i personaggi erano costretti a fare cose orribili perché il padrone glielo ordinava e il gioco si basa su questo.

E ovviamente, nonostante la pesantezza di alcune scene, a volte ti veniva, come dire, da riderci sopra, ma credo che fosse un meccanismo di difesa, perché se non schermavi, diciamo, le azioni del tuo personaggio in questo modo, cioè diventavo molto pesante, ecco. Però il tono della partita era comunque abbastanza serio, ecco. Però ogni tanto capitava di scherzarci sopra. Ed è successa la stessa cosa, secondo me, anche nella nostra partita di Inquest, sebbene magari con gradazioni diverse, perché è chiaro che tutti noi eravamo consapevoli del fatto che quelle cose fossero gravi, tant’è che poi quando abbiamo raccontato la sessione ad altri hanno detto “Mamma mia che pesantezza!” Però lì per lì affrontarle così, almeno per me, non è stato pesante, ecco.

Devo dire che mi aveva preso molto la situazione, nel senso che mi sentivo in una situazione di ingiustizia e poi ho giocato il mio personaggio, chiaramente, credo in maniera spontanea, per quello che credevo fosse giusto per lui e probabilmente anche per me, perché in un certo qual modo è chiaro che ho travasato dentro il personaggio anche una parte delle mie convinzioni, ecco. Non so se ho detto quello che pensavi che avrei detto, comunque sia…

Froggy

Ma io non tiro fuori le persone perché voglio che dicano qualcosa, quindi mi sembra un ottimo contributo, comunque ti ringrazio. Alessio, Greta, voi avete qualcosa da aggiungere?

Greta

Posso? Io sì. A me, visto che state raccontando esempi, ne è venuto in mente uno che mi è capitato qualche settimana fa.

Stavo giocando a un gioco serio di Antonio Mato, che è un gioco, anche quello, abbastanza peso, ispirato al Sentiero dei Nidi di Ragno, quindi c’è questa persona molto giovane, dagli 8-12 anni, che vive le esperienze dell’essere tra i partigiani ambito.

E la cosa bella è stata che nella scena finale, è un gioco a rotazione di ruoli, ma non è importante, nella scena finale io giocavo questa ragazza che aveva dei problemi con il fratello, il fratello era più grande di lei ed era partigiano, ma aveva problemi fisici, zoppicava da una gamba, era un po’… sì, zoppicava da una gamba e basta, in realtà.

E quindi lei l’aveva sempre preso in giro dicendogli, ah, ma che partigiano sei, non puoi essere un partigiano, che schifo, bla bla bla. E alla fine, io involontariamente ho fatto qualcosa di cui non mi ero neanche accorta, perché lei ha detto, sono felice che voi partigiani mi abbiate accettato tra di voi. E un altro giocatore che era con me fa, ah ma quindi lei si è riconciliata col fratello perché ha usato il voi, io ho detto, cavolo è vero, sì, e non mi ero nemmeno accorta. E questa persona ha ascoltato qualcosa che nemmeno io mi era accorta che stava succedendo. Io semplicemente mi sono espressa nel modo che secondo me era naturale per la bimba, per me era una cosa anzi molto banale, era una scena tranquillissima. E quest’altro giocatore l’ha resa involontariamente una cosa molto più complessa emotivamente, perché ha notato nel linguaggio qualcosa che nemmeno io avevo visto. Questo è stato molto bello per me.

Froggy

Molto bello, davvero. Alessio, hai qualcosa da aggiungere?

Alessio

Sì, ho qualcosa da aggiungere, nel senso che, come ne stiamo parlando ora, ovvero per esempi di gioco concreto, mi conferma il fatto che l’ascolto è veramente, come ho detto prima, la parte più difficile, no? Cioè, prendo l’esempio di Greta, cioè, per me è il benchmark. Cioè, abbiamo giocato con lei assieme, ho giocato separatamente con lei quando magari non c’era e così via, e effettivamente, se anche Greta a volte, che è la maestra dell’ascolto fra di noi, a volte si perde appunto queste sfumature, vuol dire che poi effettivamente il tessuto di questa attività che facciamo, quel gioco di ruolo, no?

È veramente una roba difficile, e ne possiamo parlare solo per esempi, però perché effettivamente è qualcosa di pratico, cioè non è qualcosa che verbalizzi, puoi mostrare e hai il feeling che appunto viene ascoltato, ma non lo puoi descrivere, qualcosa che esperisci, no? Se molto spesso io ho problemi, quando provo a trasmettere questo concetto a qualcun altro, ho grossi problemi perché effettivamente è difficile verbalizzare la sensazione di essere ascoltati e che questo abbia successo, sono quello che esprime le difficoltà stasera.

Froggy

Allora, volevo solo dire che esprimo il mio disaccordo su una cosa, cioè che secondo me, per questo volevo renderlo chiaro e senza voler metter meno alle difficoltà che Alessio sta esprimendo e che l’ho visto lottare con esse e che dobbiamo tutti supportarlo in quello che sta esprimendo. Sono sicuro, le ho passate anch’io e qualcuno nella chat che ci ascolta sicuramente sta vivendo delle difficoltà simili.

Vorrei invece dire una cosa che secondo me, spero che sia incoraggiante, non penso che il tessuto del gioco di ruolo sia difficile da mantenere, perché non penso che questo ascoltarsi sia una cosa fondamentalmente difficile. Il problema fondamentale è che nel giocare, in molte culture di gioco, ci siamo dimenticati come si fa, ecco, mettiamola così, e che quindi ci sono delle disabitudini. Però io penso sia una cosa molto naturale e tutto sommato resiliente, e non voglio che con questo Alessio tu ti senti che le tue difficoltà vengono sminuite, perché sono assolutamente valide, però volevo esprimere questo disaccordo perché appunto non sono d’accordo che sia una cosa fragile.

Alessio

Non sono contrariato, al contrario. Forse il problema è che gioco da tanto. È una roba così ovvia, così perspicua, non trovo un termine più semplice. È qualcosa di così ovvio e naturale che a un certo punto, anche se ce l’hai di fronte, non lo noti. Cerchi spiegazioni, cerchi tecniche e così via per praticarlo e ti dimentichi che effettivamente poi il punto della questione è quello. E credo sia un problema per chi gioca da tanto come me, e non è una medaglia, cioè la porto come parte del problema. È che effettivamente noi veniamo molto spesso da una cultura dominante, dove il punto che solleviamo stasera è completamente ignorato.

Froggy

Possiamo dire minimizzato. Completamente ignorato magari no.

Alessio

Siamo così abituati ad applicare altre tecniche quando giochiamo, per impressionare gli altri o per mille altri motivi, che a un certo punto abbiamo atrofizzato questa capacità che, come dici tu, per certezza è naturale. E se noti, io non ho problemi effettivamente poi a giocare con i neofiti. Sto giocando a Dungeons & Dragons BX e lì è veramente, invece, un’esperienza dove mi sento ascoltato, dove lì non faccio fatica, ci ascoltiamo, giochiamo. Io faccio più fatica e per me è più complesso spiegarlo a chi gioca da tanto, no? Perché gli spieghi questa cosa, le dicono “no, ma in realtà è lo spazio immaginato, no?”
Placeholder di quello che ritiene sia poi l’essenza del giocare.

Perché effettivamente, più giochi, più giochi con una postura sbagliata, tra virgolette, quindi ho tante assunzioni errate per mille motivi. Sarà oggetto in un’altra puntata, forse, che effettivamente atrofizzo questa capacità. Come sta, come effettivamente è normale, è naturale camminare, ma se poi passo tutto il giorno seduto facendo la spora o letto, a un certo punto ti si atrofizzano i muscoli delle gambe o del torso. E per me, almeno, l’esperienza è quella. Quello che poi sto cercando di fare è ripartire da zero, ricominciare a fare i passettini e poi a correre. Forse per questo delle difficoltà.

Froggy

Io ho un’esperienza da condividere che risponde sia a Greta che ad Alessio, in realtà, perché ho giocato recentemente e ho anche fatto un post sulla locanda dei GDR. Quindi forse qualcuno di voi ha già letto questa storia, però in ogni caso la riracconto.

Ho giocato di recente con un mio amico che è venuto a trovarmi qua in Finlandia, che non è un giocatore di ruolo, non è neanche un giocatore da tavolo e non sapeva neanche riconoscere le forme dei dadi poliedrici. Quindi siamo proprio al livello base, base, base. Però è un ragazzo molto creativo, espressivo, che gli piace andare all’avventura, andare alle feste, andare ai rave, queste cose qua. E ha visto la scatola di Mausritter che avevo sul tavolo, perché la mia casa è molto disordinata e ho libri e scatole giochi di ruolo sparsi dappertutto, e mi ha chiesto che cos’era, avevo visto l’immagine e lo voleva giocare.

Quindi io l’ho fatto giocare a Mausritter. Quello che è successo è che se tu cominci con semplicemente il fare piccole dichiarazioni ed ascoltare, e lui fa lo stesso, le regole del gioco… Sì, scusate, l’ho pronunciato con la pronuncia tedesca, Spacerunner mi prende in giro. Però se cominciamo con queste piccole dichiarazioni dove ci ascoltiamo a vicenda, poi reintegriamo, diamo impatto e rispondiamo, e poi lui fa lo stesso, questa cosa è completamente naturale nelle persone che non sono disabituate.

A parte che il gioco è ben adatto ai neofiti anche per via delle sue meccaniche semplici, però gliel’ho insegnate man mano che servivano, non gli ho spiegato praticamente niente prima d’iniziale, e ha capito subito come funzionava il gioco in maniera, come direbbe Ron, esperienziale, cioè in maniera intuitiva facendolo, ha imparato facendolo.

E mi è capitato un momento simile a quello che ha detto Greta prima, cioè che io, a un certo punto, questo è un gioco dove l’inventario conta, quindi tu hai un inventario diviso in delle caselle, e puoi spostare gli oggetti da una casella all’altra praticamente. A un certo punto, per liberare l’inventario, aveva lasciato dei semi di girasole magici in una stanza. Era tornato in questa stanza con tutti questi topi che facevano il culto al quale stava cercando di ottenere favore, uno di questi era ferito, voleva usare i semi magici per guarirlo, però li aveva lasciati in un’altra stanza.

Ora, in questo contesto non c’era pericolo in questa sezione della mappa, quindi non dovevamo contare i turni per vedere se c’era l’incontro casuale eccetera eccetera, però invece di dire ok, vuoi tornare indietro a prenderli e poi dire che li aveva presi? Io gli ho detto, non so perché, gli ho detto ah, non ti preoccupare, i semi li avevi già portati qui. E lui mi ha guardato e ha detto no, i semi li avevo lasciati nell’altra stanza, perché chiaramente non ha questa abitudine a dire no, quell’altro mi ha detto sta cosa ed è il master, quindi quello che dice va bene. Dice no, io ti ho detto che li avevo portati nell’altra stanza.

Io mi sono fermato un attimo e ho detto ah sì, hai ragione, scusami, allora immagino che spenderai qualche minuto per andarli a riprendere. No? Uno scambio piccolissimo, però in quel momento io non avevo ascoltato quello che aveva detto e soprattutto non avevo dato impatto a quella cosa lì. Ora, è una cosa piccolissima che magari in quel contesto non avrebbe avuto un vero impatto su come sarebbero andate le cose, però io non potevo saperlo. Cioè, mi sono arrogato il diritto di dire che quella cosa non aveva impatto, invece di cercare dagli impatto e vedere dove andava a finire. Perché, you know, qualunque cosa poteva succedere a partire di quella cosa, e anche se non fosse successa qualunque cosa, ho leso a la coerenza di quello che stavamo dicendo per nessuna buona ragione, fondamentalmente, perché non è che ho abbreviato particolarmente quello che stavamo facendo.

Basta, ho concluso. Se qualcun altro vuole dire qualcosa, o tra Greta e Alessio, o dalla chat, il palco è aperto. Vai, allora, InvernoMuto, non chattare, vieni a darci la tua esperienza, demutati e vieni a parlare. Sì, siamo sicuri, siamo sicuri. Parla. Sì, sì, se parli troppo ti fermo, non c’è problema.

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Trascrizione automatica (parte 3)

Trascrizione

Invernomuto (Alessandro)

No, allora, il mio aneddoto vado al sodo, sessione in un locale con la nostra associazione che stiamo portando avanti per promuovere il gioco da tavola, il gioco di ruolo. Io mi occupo dei giochi di ruolo.

Allora, la cosa particolare è che sapevo che venivano dei ragazzi perché mi aveva contattato la madre, molto giovani tre fratelli, per cui mi preparo una sessione a Cairn che reputo sufficientemente semplice da poter utilizzare da dei novizi. Il problema è che, contrariamente a quello che aspettavamo, siamo stati letteralmente sommersi di persone, per cui ho dovuto fare un po’ di sessione di PR per alloggiare tutte le varie persone. Peraltro pensavamo che, visto che c’era Sanremo, sarebbero venute meno persone. In realtà, ci siamo ritrovati con locale pieno, con persone che volevano giocare.

Questo per dirvi che, quando è iniziata la sessione, io volevo, come avevo fatto già in passato, creare i personaggi al tavolo perché reputo un momento importante, quello della creazione dei personaggi con questi sistemi leggeri, perché crea quella trama tra le persone al tavolo. Tanto più che erano tutti neofiti, quindi avevo tutti i ragazzini, tre bambini, anzi quattro, ed un adulto che mi ha letteralmente dato una mano, con cui ci siamo divertiti anche con questi ragazzini.

L’aneddoto è questo, io acceleravo la fase dopo la creazione dei personaggi e acceleravo anche per poi portarli nella parte del dungeon, c’era stato tutto l’antefatto, ho fatto una cosa molto iperstereotipata con loro che arrivano alla locanda, interagiscono. E anche qua è bellissimo l’escalation di quello che dicevi, dove ad ogni frammento di informazione che davo, questi ragazzi erano iperattenti, per cui hanno voluto cenare, hanno chiesto il menu, hanno voluto sapere tutto quanto quello che c’era nel menu, fino poi al fatto che c’è la fase in cui li ho accompagnati al mercato dove si dovevano equipaggiare e io ho tirato su una casella delle voci casuali, tra cui è venuto fuori che c’era una sorta di maledizione, e non lo so per quale motivo loro si sono messi nella testa che c’era un vampiro, hanno capito che ci fosse stato un vampiro, e si sono autoconvinti di questo, e nell’autoconvincersi di questo poi hanno cercato di prepararsi, per cui c’era chi mi ha chiesto il venditore delle cipolle, forse l’avevo già scritto anche questo come aneddoto, e io acceleravo per portarli al cuore dell’azione, invece loro in maniera genuina e veramente divertente appagante.

Sono stati fatti il giro tutti i negozianti virtuali che chiaramente fluivano da me, perché non c’erano scritti da nessuna parte. Mi chiedevano se io volevo andare a comprare l’aio, e un’altra diceva che io mi dovevo procurare del legno. Allora, dove c’è il legno? Come si chiama il negoziante del legno? E il finale fantastico è stato quando mi ha chiesto quanto costavano le scelle l’aio. E io gli ho detto tre monete di rame. E lui ha guardato la scheda, perché gli avevo fatto tirare per i pezzi d’oro, e ha detto ma io ho solo i pezzi d’oro, non ti preoccupare. Ti dai il resto, e lui si è messo a fare il conto di quanto veniva di resto.

Le giuro, è stata una tra le prelevi, da pochissimo, la settimana scorsa. Però la ricordo con estremo piacere, perché questo per dire anche la potenza della comunicazione e anche come si riceve quello che poi uno effettivamente vuole. Peraltro poi alla fine, la conclusione di tutto quanto questo, è che loro hanno fatto una stanza del dungeon, e basta. Ma si sono divertiti tantissimo, dovevano andare a casa alle dieci, e sono partiti alle undici e mezza, con il dire che sarebbero venuti, insomma mi hanno mandato un messaggio alla madre, dicendomi quando è che potevano tornare, perché erano tutti casatissimi.

Anche qui la mia esperienza, soprattutto con i super neofiti, è spesso migliore rispetto a chi già è strutturato. Però, se posso dire l’ultima, ho avuto anche l’esperienza con le persone che avevano avuto un’esperienza più legata al D&D quinta edizione classico, per capirci, forse anche in maniera esclusiva. E anche quella volta l’ho fatto giocare con Cairn in maniera molto più diversa, nel senso che fuori da quel modo di giocare che diceva dall’inizio, da ascolto, in maniera molto più passiva. E sono partiti con quella postura, come diceva prima, non mi ricordo il nome, Alessio, che diceva effettivamente in quella postura, però sono riuscito, forse ho fatto il fisioterapista del GDR, perché alla fine della sessione avevano completamente cambiato postura, insomma camminavano secondo me in maniera diversa, non voglio dire incorretta, però sicuramente diversa, forse per darti conferma del fatto che c’è quella resilienza, basta poi in qualche modo fargli vedere che c’è un altro modo di giocare, io penso che poi alla fine è fondamentale.

Tutto qui.

Froggy

Ottimo, grazie mille. Davvero, grazie. Ottimo aneddoto, ottima condivisione. Tra l’altro, volevo far notare che la chat sta esplodendo sull’espressione del fisioterapista del GDR: “Ci raddrizzi la postura”.

Invernomuto

Se volete faccio a pagamento, vengono a posto i tavoli, certo, rigorosamente al nero, ciao!

Froggy

Ciao, grazie.

Guarda, allora, sì, ne abbiamo dette tante e non vorrei tirare il dialogo per le lunghe, perché comunque vogliamo mantenerli su degli argomenti singoli. Però mi interessa parlare di una cosa in particolare sulla quale abbiamo accennato, che appunto è saltata fuori adesso: la questione della postura. Non so se la chiamerei postura io, però sicuramente c’è una questione di mentalità quando si ascolta, cioè cosa vuol dire dare impatto. Mi permetto, solamente perché l’altro giorno l’ho scritta molto bene, e quindi mi permetto di leggere di nuovo quello che ho scritto sui principi della FroggyCon.

E ho scritto: “Dare impatto significa che quando è il nostro momento di dire qualcosa, pensiamo a quello che hanno detto gli altri e come integrarlo nel nostro contributo, in maniera da dargli conseguenze chiare e decisive”. Questo l’abbiamo già detto. “Non pensiamo a eventi futuri che vogliamo far accadere o alle reazioni che vogliamo suscitare negli altri giocatori”. Questa è una cosa sulla quale ho visto alcune persone un po’ struggersi, però penso che sia davvero, davvero importante. Cioè, quando io mi approccio al gioco come una maniera di espressione tra gli altri, esattamente come abbiamo fatto in questo dialogo perché io non sapevo effettivamente dove sarebbe andato a parare o in che direzione sarebbe svolto e non avevo un programma.

Quando ci approcciamo al GDR come un metodo di espressione, un medium di espressione, dobbiamo rimanere aperti a qualunque risposta da parte degli altri e la parte importante non è quello dove vogliamo spingere gli altri o che cosa vogliamo far fare agli altri o che segnali dobbiamo mandare agli altri per fargli fare le cose o anche che cosa interessante dobbiamo fare per stupirli. Ma il contrario, noi guardiamo non al futuro ma al passato, cioè quello che hanno detto prima loro e cerchiamo di dire la cosa più semplice possibile che riesce a dare conseguenza a quello che hanno detto loro e questo in realtà è molto più semplice perché ti togli dalla testa tutta una serie di preoccupazioni.

Come dice Dannato in chat, disimparare a voler controllare i risultati è una cosa alla quale dobbiamo addestrarci o forse è meglio riaddestrarci come ha detto lui o almeno alcuni, per me sicuramente è stato così. Penso che questo non guardare al futuro sia una cosa importante e se posso provare a esprimerlo ancora in un’altra maniera, come l’ha espresso l’utente della locanda del GDR Francesco D’Avossa, lui ha detto che dobbiamo giocare con la prospettiva di uno storico che sta scoprendo qualcosa che è avvenuto e non con la prospettiva di uno scrittore che invece pensa al futuro. Pensa a metto questa cosa qua perché dopo avrà un payoff e quindi dopo riusciremo a ottenere questo colpo di scena piuttosto pensando a scopriamo adesso che cosa succede in questa storia, pensiamo a quello che hanno detto gli altri prima e cerchiamo di capire che cosa ne consegue.

Scaviamo nella giocata o come dicevano gli scultori con il marmo che quando scolpisci nel marmo la statua esce fuori da sola, un po’ la stessa cosa cioè che tramite le nostre interazioni c’è già abbastanza roba per far uscire fuori cose belle e complesse e se noi stiamo a pensare a come farle avvenire lo forziamo e paradossalmente roviniamo questo processo. E quello che ho detto prima appunto riguardo a queste emozioni complesse che ci può generare questa forma di scambio, queste emozioni complesse non avvengono se non abbiamo questo tessuto, questa pila di validazioni e rivalidazioni dove ci siamo ascoltati, dove abbiamo dato impatto ciascuno a quello che ha detto gli altri.

Perché queste emozioni complesse coinvolgono fondamentalmente la nostra capacità di giudicare le cose che sono successe nel bene o nel male, che sia giudicare quel personaggio era cattivo e noi gliel’abbiamo fatta pagare però finalmente ce l’abbiamo fatta o che sia giudicare come ah ah avresti dovuto prendere la pertica da tre metri perché qua c’era una trappola, che tonto no? Sempre una forma di giudizio che è coinvolta in questo tipo di emozioni complesse che devono dipanarsi sul lungo periodo. A me piace provare queste emozioni complesse, penso sia uno dei punti di forza di questo medium, di questa attività e penso che stare troppo a pensare al futuro, a quello che accade dopo e a cercare di convogliare la giocata verso un risultato rovini questa proprietà.

Greta

Sì!

Froggy

Greta, hai solo da dire sì, basta?

Greta

No, in realtà questo è quello che letteralmente mi ha fatto passare dal gestire solo il mio personaggio, quindi fare il ruolo di giocatrice, quello che viene chiamato giocatrice, a passare anche ad altri ruoli, con altre responsabilità. La metterò così. Ma per il semplice fatto che io avevo ansia di dire, ok, ma poi io cosa faccio? Cosa gli faccio fare? E uno dei miei primi master, bravissimo, bravissimo, non come master, ma proprio anche come master, ma è stato un insegnante fantastico per me, mi ha detto, ma fallo fare a loro, ma fallo fare a loro, nel senso, non sei da sola, tu non pensare, e per me è questa cosa di non pensare.

E io mi rendo conto se la giocata sta andando bene o male in base a quanto penso. C’è questo aneddoto che mi auto piace raccontare su di me, dove quando io vado alle convention io parto senza davanti niente da bere. A un certo punto, in base a quanti bicchieri di birra ho davanti, è andata bene la giocata, perché smetto di pensare, mi rilasso. Se sto continuando a pensare vuol dire che c’è qualcosa che non ha funzionato, che non ha cliccato, che non riesco ancora, non vedo un gruppo fluido, non vedo un gruppo che si ascolta, io non sono in grado in quel momento di ascoltare, allora penso.

Ma io credo proprio che sia anche una questione di aspettative. Aspettative nel senso che molte persone giocano con un’aspettativa che non include gli altri, non include gli altri nel costruire insieme, non include gli altri nell’ascolto. Penso si metta tanta aspettativa sulla partita e questo toglie la fiducia nelle persone. Ci si aspetta che succeda qualcosa di bello, ci si aspetta di dover far succedere qualcosa di bello e si tolgono le persone dall’equazione, non si permette più alle persone di esprimersi liberamente e sia anche i primi a non esprimersi liberamente. Perché a me è capitato a volte dove io magari chiedevo a una persona ok hai fatto un bel tiro, vuoi raccontarmi tu cosa succede? E la persona diceva no, devi raccontarmelo tu e io ok te lo racconto se vuoi ma sappi che qua puoi farlo, facciamolo insieme. Tante volte c’è proprio l’aspettativa, non riesco a spiegarmi meglio perché è una cosa che mi sta venendo in mente adesso, credo che la gente, come dici tu per usare le tue parole, la gente ha aspettative sul gioco e non pensa al giocare, dovremmo proprio cambiare focus.

Froggy

Sì, sono molto d’accordo. Se permetti di passare… Voglio pescare una cosa che hai detto per passare all’ultima cosa di cui volevo parlare oggi. Non ero sicuro se ci sarei riuscito a parlarne, però cerchiamo di farlo. Che è l’unica parolina che mi permetto di inserire.

Tu hai parlato del fatto del dare importanza alle persone, del fatto che le aspettative non includono le persone al tavolo. Mi viene in mente una frase che dice spesso Ron Edwards, che è “Noi siamo qui per giocare a questa cosa con queste persone qui”. Che è la cosa importante. Senza queste tre premesse, stai già sbagliando, fondamentalmente. Devi voler giocare con queste persone, il che vuol dire che devi essere pronto ad accettare i contributi che queste persone portano, che potrebbero essere diversi da quelli di qualunque altra persona.

Se torniamo alla nostra idea di ascoltarsi e dare impatto, la proprietà che molte persone chiamano agency, che è una parola che viene dalla psicologia, è una parola che si butta tanto in giro. Daniele mi scriverà adesso in chat, se sono sicuro saper dire. Si chiama agentività in italiano, va bene. Però fondamentalmente è la proprietà di sentire che quello che io ho fatto ha fatto la differenza per qualcun altro. E dunque, nel momento che io ascolto e do impatto a quello che fa qualcun altro, tutte e due le cose, sto creando agency. Indipendentemente dal ruolo che io copro nel gioco. E nel momento che qualcuno mi ascolta e basta, ma non deve dare impatto a quello che dico, non c’è uno stato di agency. Io potrei controllare tutta la giocata e tutto il mondo di gioco, però non c’è una condizione effettiva di agency. Io non mi sento ascoltato, perché qualunque cosa io faccio, continuo a mantenere il controllo. Gli altri non mi devono ascoltare per validare quello che faccio. Invece questo meccanismo di mutua validazione, che va avanti e indietro tra me e l’altra persona, e un terzo e un quarto, secondo me è quello che vuol dire agency. Ed è fondamentalmente dare valore alle persone con le quali stiamo giocando.

No, avevo promesso niente paroloni, e ho infranto la promessa, però spero che mi perdoniate. Suvvia.

Sì, Eugenio vuole dire qualcosa.

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Trascrizione automatica (parte 4)

Trascrizione

Eugenio

Mi ricollego al discorso fatto prima di quello sull’agency, così evitiamo le parolacce, sul giocare con delle aspettative o senza aspettative. L’esempio negativo è molto recente.

Questa sessione, in cui giocavamo un gioco con una postazione molto tradizionale, Master, i giocatori, una scheda che sembrava un po’ il 730, ma quello a gusto personale. Il problema vero, che si percepiva proprio giocando, è che chi conduceva si era già messo in testa dove doveva andare a fare la sessione. Al punto che alla fine c’era questa scena tipo boss fight, che praticamente ci aveva già anticipato prima ancora di iniziare a giocare.

L’esempio più eclatante è stato un momento in cui eravamo andati in questo hotel perché dovevamo parlare con l’agente, per dargli un po’ di contesto dovevamo trovare sta influencer e convincerla a ritornare nei ranghi del clan da cui era fuori uscita. Ci eravamo tornati in questo albergo perché dovevamo parlare con il suo agente per avere un contatto. C’è stato questo momento in cui doveva essere.

Come spiegarvi? Fondamentalmente, tutti tranne il mio personaggio erano andati. Eravamo nel bar di questo hotel, estremamente di lusso. C’era tipo un solo ingresso, guardato a vista dai camerieri e dalla sicurezza. Tutti i personaggi tranne il mio erano andati in bagno, perché fondamentalmente dovevano aggredire la sua gente per prendere le sue sembianze. Poi fanno “usciamo, ci prendiamo e avvisiamo il mio personaggio che stiamo andando” e andiamo via. E li seguo, perché davo per scontato che se era un posto così protetto, fondamentalmente dovessero ripassare esattamente dalla stanza in cui ero e fondamentalmente li potessi semplicemente seguire.

Quindi c’è stato questo momento in cui secondo me l’aspettativa era di mettere i bastoni tra le ruote e c’è stato questo momento in cui non ci riuscivamo proprio a capire. Era evidente che si era rotto qualcosa nell’ascoltarsi, perché per me non poteva essere altro che tutti mi stanno passando davanti e io mi accodo. Evidentemente, nell’ottica di chi stava facendo il master, non era così e questo si è proprio percepito al tavolo, c’è stato un momento di grande attrito.

Invece, adesso passo all’esempio positivo. Cosa è stato? A meno che abbiate qualche domanda su quello che ho detto, però non ho la presunzione che sia così interessante per il resto del mondo. Cosa è stato? Un anno fa, un anno e mezzo fa, stavo giocando a Polaris. Ero sicuramente appena prima dell’estate, non ricordo se era l’ultimo o appena passato quello precedente.

Nel creare il mio personaggio, il mio cavaliere, nel cosmo quello della luna, quella legata agli affetti e agli amici, insomma ai legami personali, grazie alla luna nuova, mi mancava un nome. E fondamentalmente lì, nella prima sessione che abbiamo fatto, ho preso un nome totalmente a caso dalla lista dei nomi delle stelle, l’ho sbattuto lì scrivendoci che tipo era una mimica di infanzia, proprio senza pensarci.

Da lì è nata tutta una valanga per cui sostanzialmente la storia del mio personaggio, alla fine di tutte le sessioni, si è centrata su questo personaggio che sostanzialmente io ho buttato lì a caso e che chi mi faceva da luna nuova ha sostanzialmente fatto proprio, ci ha costruito sopra, prendendo quel minimo spunto che gli avevo dato e da lì abbiamo costruito qualcosa che sostanzialmente è stato il fulcro dell’evoluzione del mio personaggio. Questo è un esempio positivo di come ascoltare quello che dicono gli altri giocatori e su quello.

Froggy

A me sembra anche un esempio di come le cose belle a volte saltano fuori da cose che non pianifichi e invece le cose che pianifichi, come hai detto prima, a volte finiscono per soffocarti, no?

Eugenio

Sì, sicuramente. Ah, ecco, infatti, ecco, forse per questo mi era venuto in mente. Quando prima parlavate—dicevi tu se non sbaglio, di partire con qualcosa di molto semplice, perché tanto la complessità e la bellezza la costruisci giocando. Fa parte del gioco, arrivare a costruire qualcosa di figo.

Tra l’altro, mi viene in mente un altro esempio, parlando di cose non pianificate. Quella volta stavamo giocando a Fabula Ultima. Non so se nella registrazione ci sarà la chat, però, insomma, se qualcuno potesse vedere la chat di chi sentire più avanti, sa che sono un pirla, perché è tutto il tempo che sto scrivendo stronzate. Anche in quella campagna facevo il pirla. Fondamentalmente avevo iniziato e ho creato questo personaggio che era tipo un contrabbandiere di cetrioli. Il master chiaramente mi ha odiato un po’ quando ho iniziato così.

Però, dopo diverse sessioni in cui si era creato tutto dei legami che sono proprio emersi da come giocavamo tra i nostri personaggi, c’è stato un momento che, più o meno verso la fine della sessione, avevamo appena affrontato un boss che fondamentalmente avevamo visto essere implicato con il morbo che affliggeva il quartiere da cui provenivamo. Sto morbo era fondamentalmente il fulcro della campagna. In quel caso erano sia illegali che pregiatissimi. Sto rispondendo alla chat.

Froggy

Sì, la leggo, sennò poi per la registrazione non si capisce. Dannato ha scritto che dire che c’è un contrabbandiere di cetrioli è uno statement molto forte perché implica che i cetrioli siano o illegali o prestigiatissimi.

Eugenio

Entrambe le cose erano apprezzatissime perché piacevano alla nobiltà di questa città e le conseguenze erano illegali perché avevano creato questo monopolio e volevano tenersele tutti per loro. Stavo dicendo, c’è stato questo momento in cui, non so se avete familiarità con Fabula Ultima, quando ci sono i boss, di fatto finito lo scontro, posto che i personaggi abbiano vinto, è una scelta dei giocatori che interpretano i personaggi se il nemico venga ucciso o semplicemente sconfitto in altro modo. A quel punto la mia scelta è stata di far uscire gli altri due personaggi perché a quel punto appunto si era formato questa sorta di rapporto per cui il mio personaggio era un po’ quello un po’ più, come dire, esperto del mondo, gli facevo un po’ da padre.

Questi erano tutti dei ragazzotti giovani, chi è orfano, chi è scappato dalla famiglia e di fatto ho giustiziato questo industriale. È stato un momento molto forte, perché arrivavo con questo personaggio cazzone, quindi è stato questo momento in cui presi una posizione fortissima, non l’ho mai detto, cercherò di essere breve, e infatti prese quella sessione fieta con il silenzio generale in cui tutti cercavamo di prendere coscienza, interiorizzare pienamente la scelta che avevo fatto.

Froggy

Sì, certo.

Allora, Daniele adesso deve venire a fare una domanda a Greta, e dopo concludiamo.

Greta

Vai.

Daniele

Allora, senti Greta, avevo una domanda per te perché tu hai giocato ad Archipelago probabilmente più di me.

Greta

Che bello!

Daniele

Esatto, sapevo che stavo colpendo, diciamo, al posto giusto. Una delle cose che sto pensando in queste settimane è presente la meccanica dei punti del destino. Fondamentalmente, forse lo spiego brevemente per gli altri. Fondamentalmente, a inizio sessione gli altri propongono su un foglietto un possibile finale per la storia di un personaggio. Mettiamolo giù così e poi tu ne scegli uno. Ora, messa giù così, l’ho spiegata diciamo un po’ male, però capite perché lo sto chiedendo. C’è in che modo, Reputi, che si possa conciliare il giocare per scoprire il punto del destino di Archipelago? Perché io me lo sto chiedendo.

Greta

Sai che ci stavo pensando, proprio mentre parlava Eugenio, ai punti del destino, e mi sono venute in mente due cose. La prima è che i punti del destino penso aiutino tanta gente perché aiutano a crearsi delle aspettative sulla storia, cosa di cui tanta gente ha bisogno, almeno secondo me, o è abituata ad avere, o è abituata ad investire sulla storia. Quindi avere un punto del destino aiuta in questo senso e aiuta anche a mantenere allineato il gruppo sul dove stiamo andando, che è “don’t split the party”, ma con le persone, in un certo senso.

Questa frase me la potrei autocontestare in migliaia di modi, ma ormai l’ho detta. Però lascia liberissimi di non avere aspettative sul come ci si arriva e quindi di valorizzare e dare impatto ai contributi che le altre persone ti danno. Anche perché il ruolo dei contributi delle altre persone in archipelago è molto importante, letteralmente non vai da nessuna parte senza quelli. Mentre magari in altri giochi quello che una persona dice può non avere impatto, secondo me in archipelago il gioco funziona solo se dai impatto a tutto quello che fanno gli altri, e tra l’altro il fatto che tu scelga un punto del destino che ti propongono le altre persone non è una cosa scontata, perché la tua agency non è assoluta, non hai il foglio bianco, non puoi dire che il tuo personaggio lo porti da A a B. La B la scegli tra lettere che ti hanno proposto le altre persone, quindi stai comunque ascoltando delle persone che sono fan del tuo personaggio e che tramite il proportivare i punti del destino stanno dando un contributo al tuo personaggio enorme, alla sua evoluzione. Ed è una cosa grandissima fidarsi di quello che gli altri stanno proponendo per te. Poi tu scegli, ma è anche una grande questione di fiducia, non solo di ascolto, fiducia che andrà bene e che sarà comunque giusto per quello che è il tuo personaggio.

Froggy

Posso aggiungere qualcosa? Sono d’accordo in generale con quello che ha detto Greta, anche se magari non con delle specifiche espressioni.

Secondo me, Daniele, tu stai confondendo… Quando io parlo di non pensare al futuro, non dico di non pensare al futuro diegetico, cioè non dico di non pensare al futuro nel mondo di gioco. Dico di non pensare al futuro al tavolo. Cioè, stiamo parlando di due linee temporali diverse, fondamentalmente.

Se tu hai un vincolo dove il gioco ti impone un vincolo, come ha detto giustamente Greta, lei cercava di esprimere in parole diverse quello che io chiamerei il gioco in qualche maniera ti dà un vincolo, sia tramite l’input degli altri che tramite la procedura, su esattamente cosa puoi fare. È semplicemente quello, un vincolo di questo gioco che ti dice che devi fare certe cose e possono arrivare da qualche parte.

Io volendo posso giocare delle scene come Memento, il film di Christopher Nolan, dove gioco le scene all’indietro, sapendo ciascuna scena come va a finire. E non vuol dire che non sto scoprendo niente. Nella mia linea temporale di giocatore non è che sto pensando al futuro, penso al presente e penso al passato. Nella linea temporale del gioco sto andando nel passato.

Quindi quello che voglio dire è che non è che stiamo dicendo che non ci possono essere dei punti fissi o dei vincoli o delle limitazioni riguardo a quello che può succedere in questo gioco. Perché appunto i vincoli fanno parte del… prendo un sistema, lo applico a questa particolare sessione, quindi è una cosa naturale e normale.

Stiamo parlando dello stare qui e ora e di non pensare al futuro relativo alle persone al tavolo. Dannato scrivere nei commenti, mi piace. Il futuro è carogna, tipo, dico questa cosa così stupirò i miei amici. Faccio così perché poi la storia sarà fighissima. Vado in palestra così quest’estate giù al six pack, vabbè ok. La terza non era così intelligente, però fa niente. Ti vogliamo bene lo stesso, Filippo.

Quindi attenzione a non confondere queste due cose, perché i vincoli sono perfettamente legittimi, altrimenti se giochiamo svincolati, cioè che palle anche. Non è così bello giocare completamente svincolati. Siamo sempre vincolati o da una procedura o da quello che ci ha detto prima l’altra persona. Poi magari questo può essere un argomento per un futuro dialogo, però questa è più o meno la mia risposta a quello che ha detto Daniele.

Daniele

Va bene, ci ragionerò, non so se mi avete del tutto convinto.

Greta

Perché buuuuu! No, scherzo.

Daniele

No, scherzo. In realtà, se posso aggiungere qualcosa. Per esempio, quando io gioco, ho notato che tendo a dire quando scrivo i punti del destino per gli altri, tendo a dire cosa ma non come. Cioè, per cui poi dopo hai tanta gentività nell’arrivarci. In genere, quando ci si arriva tende ad essere più una sorpresa, ecco. Però, insomma, è una cosa che mi stavo chiedendo. Ci ragiono comunque su quello che avete detto.

Greta

Ti faccio un esempio, probabilmente anche quello che dici tu, che è il cose non come. Io ho fatto una mini campagna che mi rimarrà sempre nel cuore, e io avevo fatto questo personaggio politico che era un pescione, perché vabbè, era un pescione, letteralmente come forma fisica. Il mio punto del destino era qualcosa tipo, adesso non mi ricordo come era scritto ed è importante, ma era farà carriera e cambierà di status, diventerà re del suo pianeta, una cosa del genere, una cosa molto grossa per la prima sessione.

E diventerà re del suo pianeta, ci sono migliaia di modi, tutto quello che abbiamo scoperto, ad esempio abbiamo scoperto che questi pesci quando cambiano status sociale fanno la muta, cambiano letteralmente pelle, cambiano aspetto, e nessuno se lo aspettava questo. Ma tutti eravamo allineati e uniti dal vincolo del lui diventerà re del suo pianeta, questo ci ha aiutato tantissimo, anche perché ci ha permesso di, il qui e ora, il punto del destino si realizza, in qualche modo si realizza, quindi sei davvero libero di pensare a scena per scena, e queste cose naturalmente sono andate a collegarsi perché sapevamo che dovevamo arrivare là.

Froggy

Perfetto, Greta, non ho niente da aggiungere. Sono d’accordo al 100% con quello che hai detto. Con questo, però, chiuderei perché stiamo davvero andando negli argomenti che io avrei voluto affrontare in un dialogo futuro.

Volevo ringraziare tantissimo Greta, Alessio, tutti quelli che hanno parlato. Mi pare Daniele, Alessandro, Eugenio. Tutta la chat che ci ha distratto con le loro battute. E tutta questa marea di persone che è venuta ad ascoltarci in diretta, della quale sono completamente stupito.

Spero che questo dialogo vi sia stato utile. Per chi ci ascolta in registrazione, spero sia stato utile anche a voi. E ascolterò volentieri i vostri commenti.

Ci vediamo alla prossima. Che dire, secondo me questo è stato un gran successo. Sono molto molto contento di che cosa ci siamo detti e molto fiero delle persone che sono venute a trovarci. Quindi grazie mille.

Greta

Grazie a te.

Froggy

Bene, allora buonanotte.

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Grazie, Claudio!

È stato un piacere avere l’opportunità di leggere e tradurre questo testo.

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