Sign, il LARP dei segni

In una conversazione su Telegram, @Chiaki mi ha segnalato questo interessantissimo gioco degli autori di Dialect chiamato Sign, del quale ha curato la traduzione, ispirato all’esperienza dello sviluppo della lingua dei segni nicaraguense.

Lascio anche qua sotto un video-documentario sullo sviluppo di questa lingua, che è estremamente affascinante. La lingua dei segni nicaraguense è una delle lingue di più recente invenzione, e una delle poche su cui abbiamo dati concreti che ne documentano la crescita.

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Sign l’ho sentito nominare per la prima volta al The Smoke LARP festival a Londra nel 2018 (qui il programma, c’era anche un mio gioco nel palinsesto: 2018 programme – the-smoke.org)

Devo assolutamente reperirmelo perché mi è sembrato fighissimo anche se non sono ancora riuscito a giocarlo. Prima o poi di Thorny Games prendo tutto in blocco, poiché anche Dialect mi è sembrato super intrigante.

Semi-related: ma allora non sono l’unico a seguire Half as Interesting? :smiley:

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Io ce l’ho in inglese.

Sì, è mia intenzione prenderlo direttamente in inglese, insieme a Dialect. Il loro ultimo gioco Xenolanguage qualcuno è riuscito a provarlo?

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È un canale che piace molto anche a me.

Io aspetto a giocare Sign prima di tutto perché non capisco molto di LARP (almeno non di LARP di questo tipo), e in secondo luogo ho appena acquistato Dialect e voglio provarlo a breve.

Dialect credo di aver giocato almeno 4 o 5 partite, se l’hai preso in italiano… mi spiace.

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Ho preso l’originale.

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Io ho avuto il piacere di giocare Sign una volta sola, ma ho sentito raccontare diverse altre partite e scambiato due chiacchiere con gli autori. L’avevo inizialmente tradotto per portarlo alle convention di Laiv.it (li avevamo contattati per inserirlo nel volume aggiuntivo di Crescendo Giocoso Ritornello, ma Narrattiva aveva già acquisito i diritti, quindi Hakan e Kathryn hanno scritto un altro gioco da zero per la raccolta :wink: )

La trovo un’esperienza particolare, che sa essere toccante nella sua semplicità.
Si divide in momenti strutturati, con un facilitatore-insegnante che guida i giocatori-studenti nell’invenzione di pochi segni (nella prima lezione si inventa un segno che corrisponda al proprio nome, per esempio), e in momenti liberi in cui l’insegnante è incoraggiato a intervenire il meno possibile mentre gli studenti giocano tra di loro, cercando di interagire soltanto con i gesti.
Quindi si passa gradualmente dalla pura pantomima (indicarsi e mimare i gesti di cui si vorrebbe parlare) a un vocabolario che va a espandersi e diventa anche più astratto nel corso del gioco, grazie ai momenti “lezione” ma soprattutto grazie al fatto che viene naturale per gli studenti inventarsi nuovi segni nei momenti liberi, o comunque elaborare su quelli precedenti in modo da rendere possibili discorsi più complessi.
Insomma, quella che salta fuori alla fine non è una vera e propria “lingua”, ma uno scorcio su come sia possibile parlare e capirsi anche senza la voce.

Non è un gioco che rigiocherei cento volte ma ha sicuramente il suo perché.

Non commento se prendere l’italiano (in uscita futura con Narrattiva) o l’inglese, un po’ perché sono parte interessata e un po’ perché non so come sarà effettivamente il prodotto finale italiano (ho passato il testo a Michele e non sono stata coinvolta ulteriormente). Posso però dire che l’edizione inglese manda i proventi in donazione a fondazioni che promuovono l’insegnamento della lingua dei segni in Nicaragua.

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